“(…)ho cercato una soluzione,un perchè,un motivo;
La gente?il pubblico?sentivo la gara?sapevo di valere un bel tempo in gara ed avevo
paura di poterlo fare?paura di deludere dopo quegli allenamenti fantastici?paura di
vincere?
Eh si,avevo paura di vincere.(...)”
L’articolo che vorrei proporre a voi lettori oggi è stato ispirato da alcune bellissime lettere che ho ricevuto da due vostri colleghi, giovani atleti che con le loro parole mi hanno portato a riflettere e che ringrazio per avermi arricchito e ricordato quanto sia bello occuparsi di sport nonostante le molte difficoltà.
Per
questione di privacy ovviamente i nomi e alcuni dettagli della vita privata
rimarranno tali, ma il loro racconto mi permette di introdurre una tematica
tanto interessante quanto complessa da trattare: la paura di vincere.
Elena
e Michele (due nomi di fantasia) in modi diversi hanno sperimentato il timore
di non saper più vincere. Entrambi hanno analizzato in modo molto consapevole e
critico le loro situazioni ed hanno evidenziato alcuni fattori che potrebbero
essere causa della paura di vincere.
Ma
vediamo in breve cosa significa questo termine. Cosa si nasconde in questa
sensazione che molti atleti provano? E’ quasi un paradosso: ci si allena per
mesi con l’obiettivo di raggiungere la sognata vittoria e poi, in gara,
subentra il terrore di arrivare fino in fondo. Molti atleti sperimentano la
cosiddetta Nikefobia, appunto, paura della vittoria. E’ una dinamica che non si
innesta solo nello sport, ma concerne tutti quegli ambiti (dalla scuola al
mondo del lavoro) dove ci si impegna per il raggiungimento di un obiettivo.
Cosa
accade quindi nella mente di un atleta con paura di vincere? Per prima cosa
l’atleta ha paura di portare a termine una gara quando sente o pensa di poter
vincere. In lui si innesca un timore nell’agire per paura di sbagliare o di
essere giudicato da qualcuno. A livello psicosomatico si può riconoscere
l’atleta che ha paura perché trattiene il fiato prima di una partenza o di una
gara importante. Spesso l’atleta riesce bene in allenamento, ma fallisce in
gara.
Sono
state date diverse interpretazioni alla
sindrome nikefobica, dalla classica psicanalitica a quelle più generale di
carattere psicologico. Secondo la classica concezione freudiana un bambino
vissuto in una famiglia troppo protettiva, in cui gli venga impedita ogni
espressione di se stesso, o di aggressività, si ritroverà da grande con la
difficoltà di affermare il proprio carattere. Quindi, la vittoria, che nello
sport agonistico, è la massima espressione di un’aggressività ben canalizzata,
viene rifiutata.
Un’altra
spiegazione può derivare dall’opinione che allenatori e staff tecnico hanno
dell’atleta stesso. Se un atleta è considerato particolarmente forte, ma lui
non si percepisce tale, può scattare la paura di fallire e allora si innesca un
meccanismo di rinviare l’attesa vittoria per guadagnare tempo.
Ultima
interpretazione è quella secondo cui dopo una grandiosa quanto inaspettata
vittoria l’atleta teme di deludere il pubblico e si chiude in se stesso
smettendo di mettersi alla prova.
Pubblico
qui di seguito le testimonianze dei due atleti per comprendere meglio cosa può
accadere nella mente di uno sportivo che non riesce più a vincere, ma, soprattutto,
per dimostrare che niente è impossibile se si ha la volontà di superare gli
ostacoli.
Michele
è un giovane atleta che pratica il mezzofondo. I risultati sono stati discreti,
ma l’ultimo anno lo ha passato a ritirarsi continuamente dalle gare.
Ecco
quello che scrive:
“(…)ho passato un anno in cui
mi ritiravo quasi ad ogni gara...
arrivavo circa a tre quarti di
gara in cui un po’ la stanchezza e la paura di poter
finire,magari piazzandomi
bene,convincevano la mia mente che non potevo più
continuare,che dovevo
fermarmi;(…) A mente fredda,senza l'aiuto di nessuno,se non del mio allenatore
che mi assicurava che
il mio era solo un problema
mentale, avevo abituato la mente a ritirarmi ed a quel
punto di gara puntualmente
suonava il campanello,le sirene di Ulisse che mi dicevano
di fermarmi;(…)”
Michele
si pone un nuovo obiettivo: quello di passare da una specialità ad un’altra.
L’atleta in questi casi può avvertirne il peso e non riuscire immediatamente ad
adattarsi al cambiamento. Quando parlo di cambiamento intendo qualsiasi tipo di
modifica che nella vita di un atleta possa essersi verificata: cambio di
squadra, di società, trasferimento o, come nel nostro caso, passaggio da una
disciplina ad un’altra.
Il
caso di Elena è esemplificativo di come il cambiamento possa destabilizzare:
“(…)Le cose che possono avermi
disturbato:
(…)d.. Cambio di società
(all'inizio temuto, anche se la pressione me la sono
creata io!)
e.. c'è da dire anche che per
svariate ragioni (cambio di società mio e
degli altri, ad esempio) i
rapporti di amicizia che avevo con le persone con
cui mi allenavo
precedentemente sono diventati più rarefatti, praticamente
nulli e in sostanza ora mi
alleno quasi da sola.(…)”
Elena elenca una serie di ragioni che secondo lei possono aver influito sul suo calo di rendimento e di risultati ed ecco che evidenzia chiaramente come il cambio di società le abbia creato una certa pressione, anche se non direttamente (lei spiega infatti che l’ambiente è molto positivo), ma comunque in lei tutto ciò è stato fonte di stress. Inoltre tale modifica ha inciso anche sui suoi rapporti di amicizia tanto da costringerla ora ad allenarsi da sola.
Un
altro interessante spunto di riflessione riguarda l’influenza che i genitori
possono avere nella vita agonistica di un atleta.
Michele
si sofferma in modo, secondo me, esemplare su un’analisi molto dettagliata
della sua vita personale:
“(…)da piccolo non avevo
nessuna responsabilità;
la mia opinione non
contava,era sbagliata;
qualsiasi cosa facessi,non era
giusta;
cosi per anni;
La mia mente inconsciamente si
e'abituata ad appoggiarsi al parere altrui,senza avere
un suo pensiero perchè
ritenuto sbagliato;(…).”
Si
ritorna così alla vecchia interpretazione psicanalitica. E’ vero, Freud è stato
sorpassato e criticato in molti modi, ma forse un fondo di verità nelle sue
parole ancora rimane.
La
stessa influenza, se pur in maniera differente, capita anche ad Elena quando
scrive:
“(…)L'allenatore (aimè è mio
padre: sappiamo entrambi che i genitori non
dovrebbero mai allenare i
figli ma, non abbiamo mai avuto alternative
praticabili, comunque abbiamo
cercato di scindere i due aspetti e, tutto
sommato con lui ci vado
d'accordo e riusciamo abbastanza a dividere le due
figure)(…)”.
Spesso,
anche inconsapevolmente, la paura di vincere nasce dal timore di agire per
essere giudicati. Non è raro che quando
si innesca questo processo l’atleta perda il divertimento e il piacere del
gesto atletico e i suoi allenamenti diventano pesanti e noiosi. La causa di
tale comportamento è il più delle volte la presenza di un genitore come
allenatore o all’interno della società.
Entrambi
i ragazzi però ci insegnano anche ad avere la forza di andare avanti, di
rialzarsi, di ritrovare il divertimento in quello che si fa.
Riporto,
per terminare il mio articolo, le parole di questi due ragazzi che credo
possano davvero dare a tutti la voglia di praticare lo sport che tanto si ama:
“(…)ho
deciso che il passato era passato e che ormai grande e maturo da capire tutto
questo,dovevo e potevo cambiare le cose,soprattutto visti i risultati;
bisognava riabituare la mente;
come prima era abituata a fermarsi ora dovevo abituarla(registrare un
meccanismo nuovo a continuare e anche ad aumentare,a provare ad essere il più
forte,ad impormi senza paura dell'altro;
al massimo non vincevo,ma...ci avevo provato e non avevo nulla da rimproverare
a me stesso se il mio avversario era più forte di me;
cosi ora da 2 anni e mezzo a questa parte,non mi ritiro più;(…)”
“(…)A volte sbagliando ,a tentativi,un po’ come
e'successo in atletica,in gara,ritirandomi;
Cercando pero di capire l'errore;cadendo e
imperterrito rialzandomi e ricadendo,rialzandomi ancora...
Oggi non corro per dimostrare nulla a
nessuno,tanto meno a mio padre,forse prima si,e forse anche per questo mi
ritiravo;
oggi corro perchè amo questo sport,il piacere
della fatica,del costruire costantemente qualcosa;i momenti magici che ti
regalano ogni gara,ogni allenamento;(…)”
“(…)Al riguardo del voler fare
tante cose: è nel mio carattere voler fare tante
cose, anche troppe, comunque
mi rendo conto che la cosa che mi piace di più
è l'atletica (scuola guida
permettendo).
Perciò ho tutte le intenzioni
di continuare.C'è da dire che ha contribuito a questa decisione all'incirca un
mese di
fermata: ora ho ripreso da un
paio di settimane con più convinzione e,
scuola permettendo, con delle
idee più chiare sulle mete da raggiungere.(…)”
“(…)Oggi posso dire di correre nonostante nessuno mi stia inseguendo (…)”
Grazie ancora a voi ragazzi che con le vostre
esperienze mi permettete di crescere professionalmente e non solo.